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01/27/2014 - La Repubblica - Affari e Finanza

The Cnr in the International challenge, but the issue of patents remains



“In un'economia globalizzata, in cui non si possono fare auto scadenti o produrre grano generico ma bisogna industriarsi nelle varietà più sofisticate, la ricerca scientifica è uno degli asset che l'Italia può giocarsi meglio. Purché si mantenga anch'essa sempre al massimo livello”. Luigi
Nicolais è consapevole della centralità della sfida e quindi sta attrezzando il Cnr, di cui è presidente da tre anni, in modo più moderno ed efficace.
“Abbiamo una nuova regolamentazione per cui promuoviamo concretamente gli spin-off finalizzati a valorizzare industrialmente i risultati delle ricerche. Per quelli che meritano, noi investiamo nei costi d'avviamento e nelle apparecchiature, poi rendiamo disponibile al ricercatore il 50% del suo tempo nonché l'uso dei laboratori per tre anni. Dopodiché se sceglie di uscire dall'organico possiamo dare un ulteliore contributo.
Tutto questo è finalizzato ad affiancare la mentalità di imprenditore a quella di ricercatore”.
Ha colto quest'opportunità Carla Ferreri, laureata in Frumacia a Napoli nel 1979, poi dopo una lunga carriera accademica in Italia e in America ricercatrice presso l'Istituto della sintesi organica e della fotoreattività di Bologna e infine fondatrice dello spin-off Lipinutragen.
“Con studi applicati alle conseguenze dei diversi tipi di stress sulle principali biomolecole, dal Dna alle proteine, e con l’individuazione di biomarcatori correlati alla tensione cellulare, abbiamo creato un kit d'analisi del sangue per identificare il livello di deterioramento sui diversi organi dell'essere umano”, spiega la Ferreri, che alla scadenza dei tre anni è rientrata a tempo pieno nel Cnr e si dedica all'azienda nel tempo "libero", “così la mia giornata è dì 20 ore”. Sulla base dei risultati dell'esame del sangue, “consigliamo una serie di integratori alimentari, alcuni dei quali sono prodotti da noi e altri no”. La Lipinutragen ha fatturato l'anno scorso 500mila euro, ha 10 dipendenti, una convenzione conl'Università di Bologna per i tirocini, sta aprendo una filiazione in Grecia e ha contatti con una serie di altri Paesi per ulteriori ampliamenti.
All'espansione internazionale delle start-up si frappone però da sempre il problema dei brevetti, non tanto in Europa quanto in America, che resta il mercato di riferimento per chi si occupa di innovazione.
“Molte delle nostre bellissime invenzioni non riescono a trovare un risvolto economico”, conferma Bruno Cilio, titolare di uno studio legale internazionale con uffici a Roma e NewYork specializzato in protezione della proprietà intellettuale. “La procedura in America è molto complessa e costosa, al di là del bilancio abituale di una start-up: brevettare una scoperta biomedica o tecnologica costa non meno di l00-200mila dollari. E per di più si è sempre esposti alle denunce di qualche concorrente che proclama di aver scoperto lui per primo quel ritrovato, e una causa per violazione di brevetto può avere conseguenze disastrose per un giovane inventore italiano. Un braccio di ferro in cui le aziende americane riescono quasi sempre a prevalere”.
Dai tempi di Meucci e Bell insomma non è cambiato nulla. “Anche quando non ci sono obiezioni di terzi - rincara Cilio - ci sono gli avvocati interni dell'Us Patent and Trade office che selezionano le richieste con una durezza oltre ogni limite. Spesso va a finire che l'invenzione viene acquistata da qualche grossa corporation, che la paga pochissimo, la utilizza e raramente offre visibilità all'inventore italiano”.
L'importante, insiste Francesco Micheli, “è il cambio di mentalità: in America i ricercatori spingono fin troppo sui brevetti, da noi c'è la corsa alle pubblicazioni internazionali. Che peraltro sono tantissime a conferma appunto della qualità della ricerca”. Nonostante tutte le difficoltà, c'è chi ce la fa. Oppure resta in Italia e aspetta di ricevere qualche proposta da qualche gruppo americano che intende valorizzarne la ricerca.
Anche per questo, si deve dire per fortuna a questo punto, i migliori scienziati spesso risiedono nel nostro Paese.


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